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Quando il "Rio de la
Plata" si mangiava il mondo con economie fiorenti, meravigliosi
artisti, pensatori di gran fama ed un calcio imbattibile, il tango
mostrava tutto il suo vigore. Nei tempi di dolore e di crisi in questi
paesi il genere sembrava assopito e, molte volte, sconfitto per le cose
nuove che arrivavano dall'estero. Nel mondo, tuttavia, manteneva tutta
la sua validità e, per esempio, gli spettatori tremavano nei cinema
della strada Lavalle a Buenos Aires, o di 18 di Luglio a Montevideo
quando in innumerabili film stranieri suonavano i primi accordi di
qualunque tango.
Fuori viveva ed
era riconosciuto, benché nel "Rio de la Plata" gli ammazzassero una ed
un'altra volta. Ma anche una ed un'altra volta il tango risorse di suoi
apparenti cenere con nuovi e brillanti autori, notevoli cantori e
spettacolari ballerini. Perché è immortale e ha la forza vitale che, in
maggiore o minore proporzione, gli danno i popoli attraverso gli anni.
Affinché il tango muoia, sarà necessario che il "Rio de la Plata"
sparisca dalla faccia della terra. Come quello non succederà, neanche
sparirà il tango. E per quel motivo, ogni dato periodo di tempo, sarà
necessario aggiornare la storia del tango, aggiungendogli l'eternamente
nuovo che andrà apportando.
La grave e
calda voce di Julio Sosa scappa dalla placca di un disco, domina
l'ambiente e lascia passo ad una riflessione che ancora di più è
certezza ed accertamento nonostante il tono interrogativo dei versi:
"Chi ti ha detto, pibe, che passò il tempo firulete?".
Senza dubbio chi fece quell'audace affermazione non è di questo mondo e
non sa che ci sarà tango mentre ci sia un tipo disperato per baciare le
labbra di una pibeta in fiore, una tradimento da raccontare, un
lamento da trasmettere o un'allegria da condividere.
Origine del
parola tango
Tra i molti
misteri che rinchiude il tango, il primo è quello della sua propria
denominazione. Il voce tango si trova nelle culture africana, ispanica e
coloniale. Secondo alcune teorie, tango deriverebbe da tang che
in una delle lingue parlate nel continente nero significa palpare,
toccare ed avvicinarsi. Tra i bantu, inoltre, ci sono due lingue che si
denominano tanga e tangui. E tra le lingue sudanoguineane figura il
tangalé. Curiosamente, il contenuto ispanico della parola si avvicina al
africano tang. Tango in castigliano è considerato una voce derivata da
tangir, che in spagnolo antico equivale a suonare, e di tangere,
cioè, toccare in latino.
Nella colonia,
a sua volta, tango era la denominazione che i neri davano alle sue toppe
di percussione. Essi la pronunciavano come parola acuta: tangó. E tangó
erano anche i balli che organizzavano gli africani arrivati alla forza
al "Rio de la Plata". In quelle riunioni si creavano tali disordini che
i montevideani ricchi, autoconsideratosi rispettabili, arrivarono a
chiedere al vicere Francisco Javier Elío che proibisse i tanghi dei
neri. L'accezione honduregna che offre il dizionario, riferita ad
una specie di tamburo che fabbricano gli indigeni, sembra avvicinarsi al
senso africano della parola. È difficile sapere se si tratta di una
casualità o di una trasculturazione.
Soltanto come
curiosità, perché in principio non hanno vincolo con l'origine del tango
del "Rio de la Plata", sta menzionare che una regione del Giappone si
chiama Tango, nonchè una festa infantile di quel paese e che anticamente
in Brasile tango era sinonimo di samba.
Conformazione
Il pretango, i
generi musicali e gli interpreti che servirono da antecedenti al tango
si rifugiavano in bar da marinai, in stanze da ragazze malfamate, in
milongas di brutta fama, in dubbioso cabarets ed in case da
appuntamenti.
Il tango come
tale, tuttavia, ebbe dall'inizio vocazione di gran torrente e cercò gli
spazi aperti fino a raggiungere l'universalizzazione. Prudencio Aragón
con "El Talar" (1895), Rosendo Mendizábal con "El Entrerriano" (1897),
Ernesto Ponzio con "Don Juan" (1898) e Manuel Campoamor con "El sargento
Cabral" (l899), autori dei primi tangazos della storia,
costruirono le fondamenta sulle quali si stanzierebbe il nuovo e neonato
edificio musicale. La sua indipendenza, la sua personalità, è data per
la coincidenza di come ognuno di essi qualificò, la sua rispettiva
opera: Tango creolo per pianoforte.
Con l'aggettivo
creolo si rivendicava una creazione autoctona. E con la menzione
del pianoforte si sta informando che già allora il tango si era
arricchito strumentalmente e che aveva passato a essere interpretato nei
saloni.
In precedenza,
negli ultimi tratti della sua gestazione, ed a Buenos Aires, gli
italiani l'avevano aggregato la fisarmonica e l'organo, coi quali davano
al tango il suo tono piagnone, piagnucoloso, che senza dubbio avrà
influenza su posteriori lettere lacrimogene. Perché è difficile trovare
un'altra combinazione strumentale tanto appropriata per riflettere
poeticamente la tristezza e la sofferenza davanti al tradimento o
davanti alla povertà che non rimediano né il lavoro né l'onestà.
EI nuovo
prodotto non rimase confinato a posti di dubbioso prestigio, bensì, che
riflettò l'anima delle classi popolari, dei lavoratori, dei quali giorno
per giorno litigano per la sussistenza e di tutto la gente semplice che
abitava nelle periferie delle principali città del "Rio de la Plata". Il
popolo riempiva a Buenos Aires i peringundines ed le accademie di
Montevideo. Piringundines ed accademie erano modesti locali da
balli che, alla fine del secolo XlX, furono fattori fondamentale tanto
per l'espansione del tango come per lo sviluppo della sua coreografia,
affinché le coppie imparassero a ballarlo.
La poesia
tanguera
Nonostante la
sua importanza, la poesia tanguera è uno degli aspetti meno
studiati del genere. La bibliografia registra molte apologie di
vocabolario vuoto che appena sanno cadere nel luogo comune, biografie di
compositori, coristi e parolieri eccellenti, notabili studi intorno ai
temi musicali e strumentali, investigazioni sociologiche e storiche di
gran valore ed antologie delle lettere. Su questi, tuttavia, la
letteratura non è molto estesa né profonda. Non si è realizzato ancora
un lavoro ordinato ed organico che abbracci il distaccato fenomeno di un
genere letterario che, come già si disse, comprende tutti gli aspetti
dell'esistenza umana con caratteristiche proprie e molto particolari.
Daniel Vidart,
nella sua opera Il tango e suo mondo, fa un'interessante
avvicinamento al problema, in un sforzo per sistematizzare lo studio
delle lettere. Dopo evidenziare che questo è uno dei temi meno trattati,
benché chissà il più attraente, Vidart afferma che nelle lettere si
nasconde quasi sempre tutto un mondo respinto che costituisce la chiave
profonda del suo essere e la sua faccenda nella cultura del "Rio de la
Plata". Classificarle è naturalmente limitarle, coartare la sua
spontaneità anarchica, il suo camaleonismo circostanziale. Ma può
tentarsi un'ordinazione, prevenendo che in questo senso non sono ricette
infallibili né criteri assoluti perché, alla fine quello che interessa è
la qualità del pensiero interpretativo e non il preziosismo
dell'impalcatura formalista.
Su questa base,
l'autore orienta suo studio verso quattro aspetti differenti delle
lettere: il linguaggio, lo stile, l'elocuzione ed i temi. A sua volta
distingue quattro tipi di linguaggio usati nella creazione delle lettere
di tango: il popolare, il lunfardo e quello colto.
IL LINGUAGGIO
POPOLARE
Il linguaggio
popolare è quello che si usò nelle prime lettere di corte orillero.
Vidart fa notare sulla possibile confusione tra orillero e
lunfardo, perché nel "Rio de la Plata" si dà l'erronea tendenza a
designare come lunfardo il linguaggio dei sobborghi.
Sebbene ci sono
espressioni lunfarde adottate dalla lingua orillera, esse
sono in realtà una forma di comunicazione tra delinquenti, praticata
solo per gli iniziati. Nella Lingua Nazionale del Rio de la Plata,
Vicente Rossi, citato per Vidart, sostiene che il linguaggio orillero
è la parlata capricciosa del creolo dei quartieri periferici. "E non è
qualunque cosa quell'umile nativo - afferma Rossi - né tanto brutto, né
tanto compare, né tanto pagliaccio come il sainetero lo presenta;
è un abile buffone in lessico spontaneo ispirato nel suo ambiente carico
di giri creoli e dei patois del continente europeo che fanno lì
la sua prima tappa nella conquista dell'America, quella della conquista
del pane. Il linguaggio dell'orillero è di sua particolare
inventiva; sempre grafico, esatto nell'allusione; metaforico e
onomatopeico meritisimo, sempre inclemente nell'ironia; e sempre
innovativo perché l'orillero è un instancabile rinnovatore del
suo pittoresco lessico.
Vidart, in un
ironico paragrafo della già il citata opera, afferma che "il linguaggio
popolare di Montevideo, di Buenos Aires, di Rosario, sintetizza e
sincretiza, con l'alchimia propria delle città portuali gli elementi
linguistici del hinterland americano, dei patois europei e degli
argots della malavita creola ed internazionale con essi
innestata, a dispetto dell'impaurito cartella retro degli accademici, il
venerabile ceppo della lingua di Cervantes. Il linguaggio popolare
balza, come la linfa, dalla radice multitudinaria ad il fiore delle
elite ed avanza, come una macchia di olio, dalle periferie al cuore
delle città".
IL LINGUAGGIO
LUNFARDO
Il lunfardo
è la forma di comunicazione dei delinquenti, soprattutto dei ladri e
lenoni. Uno dei suoi principali obiettivi è dissimulare le intenzioni di
chi lo pratica. Difficilmente quel materiale umano può produrre una
poesia ricca, capace di diffondersi tra il gran pubblico. Per quel
motivo è valsa la distinzione che fa Vidart tra lunfardo e
lunfardesco. In realtà, la cosa corretta è parlare di lettere
lunfardescas, scritte da autori che conoscono molto bene il
linguaggio e il suo ambiente, ma che tuttavia non appartengono ad essi.
La struttura
del lunfardo si nutre della sostituzione di sostantivi, verbi,
aggettivi ed interiezioni castigliane per termini, ai quali è cambiato
il loro significato, provenienti dal tedesco, dal gitano, dall'italiano
ed i suoi dialetti, dal francese, dal portoghese, dall'inglese, dalle
lingue indigene e perfino da parole ispaniche alle quali si da loro un
senso che niente ha a che vedere con l'originale.
Un elemento
ausiliare del lunfardoè il vares, cioè la pronuncia delle
parole cambiando l'ordine le sillabe: tango è "gotan", bacán è
"camba", viejo è "jovie", cabeza è "zabeca" e così successivamente.
Ovviamente,
questa lingua non ha regole fisse e mostra un enorme dinamismo. La gente
della malavita e gli interni delle carceri provano continuamente
variazioni che, quando hanno successo e sono accettate, si espandono a
velocità vertiginosa.
A Buenos Aires,
più che in Rosario e Montevideo, lo stile lunfardesco ebbe
importanti cultori nel giornalismo, nella narrativa, nel teatro e nella
poesia. In questo settore, per il trasferimento delle sue opere al
tango, emersero nei primi tempi Carlos della Pua, Celedonio
Flores,BartoloméAprile, Yacaré, Joaquín Gómez Bas e Julián Centeya.
Questa forma di
comporre poesia tanguera è rimasta lungo le decadi e nella
seconda metà del secolo sono da sottolineare le registrazioni di Edmundo
Rivero - un appassionato del tema - con milongas e tanghi
lunfardescos e le opere in versi, prosa e chiacchierata di Nyda
Cuniberti, Roque Rosito Lombardi, Luis Alposta e Daniel Giribaldi.
IL LINGUAGGIO
COLTO
Vidart ricorda
che i linguisti chiamano linguaggio colto quello usato dagli strati
superiori della società, con cui si concede alla cultura un'enfasi
classista. Per quel motivo stima che la denominazione è poco azzeccata e
che si dovrebbe parlare di linguaggio delle elite, dell'intelligentsia,
"perché la cultura nel suo ampio senso abbraccia tutte le manifestazioni
ideologiche e tutti gli strati sociali di una nazione".
Con quel
significato equivoco, "il linguaggio colto non è cosa frequente
nelle lettere del tango. Trascesa la tappa ingenua dei peringundines
e superato il ciclo lunfardesco, del cabaret, il tango si
trasforma nell'ampio ricettacolo dell'ispirazione popolare. Il
linguaggio, a dispetto di certe ricadute ermetiche si rischiara; i temi
si moltiplicano; il funcionalismo culturale si va precisando con
definito sbieco. Come il corrido messicano, il tango è ora un
jolly che esprime le allegrie, le tristezze, le inquietudini, le
grossolanità ed i pregiudizi del popolo. Le lettere cantano a tutte le
istanze della complessità vitale; la civiltà di masse spunta in esse la
sua prua massiccia e plasma, di modo sommario ma totale, un'etica,
un'estetica, una sociologia, un'axiología ed una metafisica popolari".
Un sentimento
triste che si balla
Il tango fu prima danza che niente. Creazione spontanea dell'uomo e la
donna nello scenario prostibolario del sobborgo di altri tempi. I
musicisti, quasi tutti intuitivi, ebbero che adattarsi a quella nuova
forma di ballare e, a sua volta, crearono la musica che raggiunse la sua
redenzione dopo il trionfo a Parigi.
Il tango nacque
come danza. Come una forma distinta di ballare fino ad allora: le
habanere, mazurke, chottis, milongas ... Un prodotto
popolare proprio del sobborgo, lo scenario dove all'inizio andò a
divenire il gaucho convertito in compare, e subito il compadrito
ed i neri liberati che trovavano già spazio nelle città. Lo scenario
facilitò il ritrovamento. Nel postribolo era possibile abbracciare la
coppia, adattarsi al suo corpo: viso contro viso, petto contro petto,
ventre contro ventre, coscia contro coscia, polso contro polso. Horacio
Ferrer ha creduto vedere in quel fuggitivo istante in cui si abbracciano
la pupilla ed il compadrito un soffio di divinità.
"Maschio e
femmina - disse - legati in nome della bellezza, si alzano senza volere,
dalla sua propria spazzatura. Ed unti artisti, tentano in due il puro
esercizio della solitudine. Ballano e ballano creando quello che mai più
ha ballato nessuno". Si considera un bizantinismo insensato,
completamente irreale, pretendere di schematizzare una coreografia del
tango e sue figure. Il tango dei principi fu, al suo giudizio, "la più
straziata ed imprevista creazione coreografica per una coppia che
supererà, a questo rispetto, le creazioni del barocco popolare spagnolo
o all'alto valzer tedesco".
La storia
parlerà di quel tango orillero. Poi verranno il canyengue
ed il liscio di salone. Forme distinte di ballare "un sentimento
triste", secondo l'azzeccata definizione di Enrique Sacro Discépolo.
Lo scrittore
nordamericano Waldo Frank si portò la stessa impressione quando visitò
il paese e non dubitò di riconoscere che quella era la danza popolare
più profonda del mondo. Una sorpresa che condivise suo compatriota, la
ballerina Isadora Duncan: "Io non avevo ballato mai un tango, ma un
ragazzo argentino che mi serviva da guida a Buenos Aires mi obbligò a
intentarlo. Ai miei primi passi timidi sentì che le mie pulsazioni
rispondevano a l' incitante ritmo languido di quella danza voluttuosa,
soave come una lunga carezza, inebriante come l'amore sotto il sole di
mezzogiorno e pericolosa come la seduzione di un bosco tropicale".
A questa punto,
il tango aveva lasciato la clandestinità dei suoi inizi. Il peccato
originale - lo spurio della sua culla - era stato perdonato dal Papa
Pigolo X e lo stampo di qualità l'avevano imposto a Parigi, nei saloni
più aristocratici della città Luce, bambini bene della categoria di
Vicente Madero, Macoco Alzaga Unzué o López Bouchardo. "Fu come
bene disse Ulyses Petit di Murat - il puerile orgoglio nazionalista che
portavano quelli che avevano assistito al trionfo del tango a Parigi,
quello che aprì a quella danza da perfieria le porte delle ville del
viale Alvear, di Callao, di Santa Fé, della Florida e della villa dei
Tornquist". Era il tango liscio - con luce tra i ballerini - che
raggiunse una tremenda diffusione in saloni, cabarets e dopo nei club di
quartiere fino a trasformarsi nella danza più popolare fino molto
avanzata la decade degli anni cinquanta.
Danza
soprattutto e prima che niente
Lo stesso Vidart, nonostante di non stabilire differenze tra la nascita
del ballo e della lettera, sostiene che "il tango è prima e soprattutto
una danza che niente" e riconosce che dopo si fece strada per il canto,
ma nessuno può ballare quello che canta Gardel; il Mago bisogna
ascoltarlo col mento nel pugno, vedendo piovere lentamente sulle strade
della città e della nostalgia.
Per questo
autore il tango nacque come un ballo popolare, e prima che
cristallizzassero "le sue caratteristiche sonore, esistevano già nel
"Rio de la Plata", tanto a Montevideo come a Buenos Aires, i personaggi
e gli scenari da dove partì alla conquista del mondo. Apparve la danza -
afferma Vidart - senza altre connotazioni che quelle della danza stessa,
al margine del postribolo che dopo l'adotterebbe gioiosamente. "Le
accademie montevideane e le case da ballo corraleras del porto di
Buenos Aires - scrive - il prestigioso investigatore - sono i primi
alambicchi dove filtra la sua coreografia. A Montevideo, le orchestre,
puro ritmo viscerale, non avevano la fisarmonica; nei peringundines
del porto eredi delle case da ballo, l'immigrazione italiana impose gli
organi e le fisarmoniche, e con essi il tango incominciò a piangere, a
preparare la strada alle lettere lacrimose, alle elegie con cornuti e
battone spiantate".
Schematica ma
abilmente Vidart descrive quell'itinerario del tango-ballo: "Stanze
d'amore, cafetines ballerini portuali, accademie o
peringundines, teatro del Rio de la Plata, postribolo, cortile di
convento proletario, cabaret; questi sono i successivi scenari del
tango. Poi è pietra libera e si lancia alla conquista del mondo saltando
dalle sponde del Rio de la Plata al trampolino di Parigi.
Il tango è cosa
di uomini
L'ipotesi che la coreografia tanguera nacque come deride al
candombe nero trova presa nella sua propria evoluzione. Tutte i
testimoni coincidono a dire che le filigrane di un tango cominciarono a
ricamarsi di forma individuale. Il compadrito, in un angolo,
dimostrava ai suoi amici, o alla donna che voleva conquistare, le sue
abilità per il taglio e la piega. È la creazione di un solitario che
esibisce orgoglioso qualcosa che non esisteva.
Posteriormente
il tango fu ballato tra uomini solamente. benché questo fatto
scandalizzi a Vidart che lo nega con durezza. "È una bugia, un'errore, è
chiacchera di intellettuali freddolosi che appena scoprono il tango e si
vogliono scaldare il sangue con le sue brace, dire che il tango fu
ballato da solo uomini al suo inizio. Il ballo in coppia di uomo e donna
è un simulacro di accoppiamento nelle società primitive e lo segue
essendo oggi, nonostante tutti le fioriture interposte dal salone tra la
coreografia ed il sesso. Il tango come prima la milonga, e prima ancora
la danza, si ballò sempre in coppia di maschio e femmina. Quando
ballavano due uomini insieme era per imparare passi difficili per
semplici ragioni pedagogiche. E nient'altro. Cercare altre motivazioni
sarebbe stupido, se non grottesco".
Sicuramente,
questo è uno dei pochi casi in cui Vidart, che ha fatto straordinari
contributi allo studio della musica popolare, si sbaglia. Perché benché
sembri assurdo, in tanto danza da coppie, il tango iniziò essendo
ballato tra uomini. Già Evaristo Carriego, il primo gran poeta dei
quartieri popolari di Buenos Aires, l'attesta, circa 1906, nel suo poema
L'anima del sobborgo: Per strada la buona gente dilapida / le
loro frasi più lusinghiere, /perchè all'unisono di un tango che è "La
morocha" / brillano agili passi due orilleros.
Carriego non
descrive ad un uomo ed una donna ballando, bensì a due uomini. Le prove
testimoniali e fotografiche di compaesani ballando sono numerose. Leone
Benarós fondamenta questa realtà nel machismo imperante nei sobborghi ed
in tutta la società di quell'epoca. "Assurdamente - scrive - è una
coppia di uomini la prima che si avvenne a ballare il tango, in qualche
angolo. Il tango sembrava solamente "cosa da uomini". Indignerebbe
attribuire all'atto il più minimo contenuto omosessuale. Si tratta di
una dimostrazione di abilità, di una bella figura. Nonostante dopo,
quando il tango conquisti la donna per la danza, ella non sarà
l'ingrediente fondamentale, l'obiettivo ultimo, bensì la danza in sé,
l'ostentazione di saper ballare, il rispetto quasi liturgico per quello
che si va facendo, senza un'altra intenzione, senza lubricità alcuna.
Solo quando il tango diventa "notturno", quando si fa materia da
cabaret, si converte, a volte, in pretesto per la finalità amorosa.
"Ma il vero
creolo, l'argentino, è pudico della sua intimità. Egli respinge
ostentoso il palpo pubblico, per rispetto a sé stesso ed alla sua
compagna". Benarós insiste nel tema ed apporta altri testimoni, alcuni
dei suoi argomenti sono di molto peso. Per esempio, quando afferma che
la dimostrazione di due uomini ballando è asettica, insospettabile da
secondi fini, perché "il terzo sesso appena potrebbe sopravvivere in un
ambiente di crudo machismo come quello di allora. Anche se la donna
accetta il tango e si incorpora al suo culto, le prime ballerine
sarebbero le battone cinese e le ragazze dei bordelli, il narcisismo del
compadrito servirà più il tango in sé che alla sua compagna
d'occasione. Neppure gli importerà troppo che sia bella, ma che balli
bene, che gli accompagni nella dimostrazione con intelligenza e
riuscita".
L'autore cita
inoltre a César Viale, chi in stampe del mio tempo conferma quanto
prima: "Il tango non era arrivato ancora al centro, camminava per i
sobborghi; quando più si ballava tra uomini nei sentieri, di fronte ai
cortili, all'unisono degli organi con ruote condotti da i suoi
proprietari, napoletani e calabresi di chioma rannerita e lucida".
Un altro
notabile investigatore, Horacio Ferrer, è della stessa opinione, benché
aggiunga una sfumatura. "Alcuni cronisti -afferma - sostengono che negli
inizi il tango è ballato tra uomini. Dobbiamo dire meglio che si balla
anche tra uomini, perché sempre, fino ad oggi, è stato ballato da coppie
di uomini, ma in quasi tutti i casi come allenamento per ballarlo copo
con donne. Anche nella posteriore epoca dei cabarets, mentre aspettano i
clienti, le donne ballassero tra sè.
I primi
ballerini
Se la coreografia tanguera evolse parallelamente alla musica e le
sue figure si nutrirono delle stesse fonti, i generi importati ed i
creoli, è giusto ubicare i primi ballerini tra i creatori del tango.
Ovviamente, i primi-primi non lasciarono registri dei suoi nomi quando
deridevano i balli dei neri alle porte di una candombe o quando
innovavano nelle figure di un'habanera o di un tango andaluso.
Ma la
tradizione orale ed alcune cronache ricordano nomi che diventarono
famosi con le sue corride, corti e pieghe: il Magro Saúl, Mariano Cao,
il payador e grande cantore di fine e inizi di secolo Arturo de
Navas e Juan Filiberto, padre di Juan de Dios Filiberto, l'autore del
famoso Caminito. Solo di questi due ultimi ci sono notizie più
fidabili dalla mera leggenda. Filiberto, alias Mascherina, era di
professione muratore benché gestise verso fini di secolo due case di
ballo: il Bailetín del Palomar, vicino all'angolo di Suárez e
Necochea, ed un'altra a Brandzen e Villafañe. Suo figlio Juan de Dios lo
descrisse come una persona "allegra, un po' spensierata, ma semplice e
buona, aveva la risata facile e l'umorismo brillava nei suoi occhi e
scappava dalla sua bocca quasi senza che potesse evitarlo. Cantava con
una voce gradevole da tenore e mi piaceva ascoltarlo. Ballerino di
natura, dei migliori ballerini di tango boquense; la sua fama era ben
riconosciuta".
A sua volta, le
condizioni di De Navas come ballerino rimasero documentate nel 1903 in
foto edite in "Caras y Caretas". Appena si sa di lui che nacque nella
città uruguaiana di Paysandú circa il 1876, e che morì a Buenos Aires
nel 1932.
Inizio della
donna nel ballo
La donna si piegò alla danza immediatamente nei bordelli, i
peringundines e le accademie. Ma non sarebbe fino a circa il 1904
quando le dame dei quartieri popolari osarono ballarlo.
Tra le prime,
nonostante godere di gran fama nel sobborgo del porto di Buenos Aires,
la tradizione orale ed alcuna cronaca persa appena hanno lasciato nomi o
soprannomi: la Parda Refucilo, Pepa la Chata, Lola la Petiza, la
Mondonguito, María la Vasca, la China Venicia, María la Tero, Carmen
Gomez, la Bruna Flora e la famossisima bionda Mireya che
attuò nei locali di molti quartieri del porto di Buenos Aires. Mireya,
anche conosciuta come l'Orientale perché nacque in Uruguay, ispirò due
tanghi: Tempi vecchi, di Manuel Romero e Francisco Canaro, e
La bionda Mireya, di Augusto Gentile.
Ma il tango
come danza non rimaneva limitato ai bassi fondi o ai loro ambienti
vicini. Si estenderà ai quartieri proletari e sarebbe l'allegria di
nozzi, compleanni e feste d'ogni tipo.
Al rispetto
Benarós fa un azzeccato commento che è il riflesso dei tempi nel quale
la danza transita da sotto verso l'accettazione popolare. "La vergogna
delle donne, le chiacchere presumibilmente sbarazzate; il tango come
spettacolo ambulante; la lusinga del compadrito sentendosi
osservato ed elogiato. Il tango ha ancora macchia di infamia,
presunzione di danza di bordello, per scandalo delle famiglie. Ballarlo
è, in qualche modo, contaminarsi di quell'origine. Poi verrà il bagno
lustrale, succederà la coreografia addencentata, sarà accettata dalle
migliori famiglie. E di alcuna maniera, smetterà di essere, un po', il
tango prepotente, sfidante e allegro degli origini, per tingersi di una
certa morbida sentimentalità, fuggendo ogni volta più dai piedi del
ballerino per alloggiarsi quasi definitivamente negli uditi..."
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